India e Turchia al salvataggio delle proprie valute

L’India sta cercando di sostenere disperatamente la sua valuta, la rupia, che negli ultimi giorni ha continuato a perdere valore contro il dollaro: dopo aver alzato di ben il 2 per cento i tassi di riferimento, la banca centrale indiana ha deciso di imporre controlli sui capitali in uscita.

La Reserve Bank of India ha infatti deciso di tagliare a un quarto rispetto alla legislazione precedente gli investimenti diretti verso l’esterno che le aziende (escluse le compagnie petrolifere di Stato) e gli individui potranno effettuare in futuro: il governo spera in questo modo di mettere un cerotto alla sempre più disperata fuga dalla rupia in quella che è definita come la crisi peggiore dal 1991.

La moneta si è infatti indebolita del 28 per cento negli ultimi due anni, la peggiore caduta da quando nel 1991 appunto il governo ha impegnato le sue riserve d’oro per ottenere finanziamenti dal Fondo monetario internazionale.

La rupia soffre in particolare di due condizioni economiche sfavorevoli: la prima è la debolezza della crescita economica della più grande democrazia del mondo. Il governo non sembra essere in grado di riuscire a imporre le riforme necessarie per sostenere la crescita, in particolare per quanto riguarda il regime fiscale e la burocrazia, che risultano essere gli ostacoli più alti per gli investitori esteri, cui si aggiunge un alto livello di corruzione. Addirittura, per gli stessi motivi, le grandi aziende indiane hanno cominciato a investire fuori dai confini nazionali.

La seconda ragione deriva dal fatto che i timori della fine dell’alleggerimento quantitativo che la Federal Reserve statunitense potrebbe decidere a breve stanno spingendo gli investitori ad uscire dai mercati emergenti: va infatti notato che l’ennesimo tracollo della moneta contro il dollaro è avvenuto del maggio del 2013, quando appunto il tapering è diventato un eventualità molto concreta.

Il governo spera di riuscire a tagliare il deficit di bilancio dal 4,8 per cento al 3,7 per cento del prodotto interno lordo nel corso nell’anno fiscale: il deficit persistente è uno dei motivi per cui l’economia indiana risulta essere particolarmente sensibile ai cambiamenti della politica monetaria degli Stati Uniti, poiché il suo finanziamento dipende dai capitali in entrata.

I cambiamenti della politica monetaria statunitense faranno finire la pacchia per molte altre divise dei paesi emergenti, in particolare, oltre alla rupia indiana, il Real brasiliano, la Lira turca, il Rand sudafricano e la Rupia indonesiana. La speranza risiede nel ritorno ad una crescita economica sostenuta, attualmente al di sotto del 5 per cento annuo contro una media negli ultimi 10 anni del 7,9 per cento.

La banca centrale turca ha deciso di alzare il tasso di interesse overnight di 50 punti base, portandolo al 7,75 per cento: l’obiettivo, comune ad altri Paesi “emergenti”, è infatti sostenere la valuta locale, in questo caso la lira turca, che sta subendo gli ormai notissimi effetti del previsto cambiamento di politica monetaria negli Stati Uniti.

Prevedendo la fine del denaro facile gli investitori hanno cominciato a ritirare il denaro investito nei paesi emergenti negli anni passati nel tentativo di trovare rendimenti positivi, divenuti sempre più rari sui mercati tradizionali.

Come e forse più di altri Paesi emergenti, anche l’economia turca è particolarmente sensibile alla direzione del flusso di capitali stranieri: anche la Turchia ha un deficit delle partite correnti che deve essere finanziato attraverso capitali non domestici, deficit che secondoEurostat arriva al 10 per cento, risultando peggiore (anche se di poco) di quello greco. Dei circa 6,7 miliardi di euro entrati nel Paese fra gennaio e maggio, circa un terzo ne sono già usciti nei due mesi successivi.

La crescita economica è attesa in rallentamento rispetto agli anni precedenti: dopo l’8 per cento annuo del 2010-2011, il PIL è cresciuto di appena il 2,2 per cento nel 2012 e dovrebbe crescere del 3 per cento quest’anno. Ma potrebbe non essere così semplice: le proteste dei mesi scorsi hanno contribuito a far vacillare la fiducia degli investitori nel governo guidato da Recep Tayyip Erdogan, che negli ultimi tempi, a differenza che negli anni scorsi, quelli del boom, sembra essere più interessato ad attuare riforme sociali in senso islamista piuttosto che sostenere l’economia turca.

L’annuncio del possibile freno sul pedale del quantitative easing non ha fatto altro che esacerbare una sfiducia che già si poteva toccare con mano: nel caso in cui dovesse scattare una vera e propria crisi, inoltre, va ricordato che la Turchia, per via delle sue carenze per quanto riguarda il capitale fisico e quello umano, risulta essere più lenta nel rispondere agli shock. Insomma, Ankara non sembra essere un bel posto in cui investire nel lungo periodo, specie se la Fed deciderà di chiudere i rubinetti.

Difendere la lira turca attraverso manovre restrittive non sembra essere così facile, e forse neppure una buona idea, visto che si rischia così di deprimere la crescita: chiedere all’India e all’Indonesia per avere conferme…

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