Il Brasile in recessione? …ed intanto i tassi salgono al 10%

L’economia brasiliana si è contratta nel terzo trimestre per la prima volta dall’inizio del 2009 deludendo ancora una volte le attese a causa della caduta degli investimenti e dell’attività industriale. Secondo i dati pubblicati dall’ufficio statistico nazionale IBGE nel periodo luglio-settembre, il Pil del Brasile è sceso dello 0,5%, a fronte di aspettative degli economisti interpellati in un sondaggio Reuters per un calo dello 0,2%.

Il debole dato del trimestre (negli ultimi tre anni i dati deludono costantemente le stime) sottolinea le crescenti preoccupazioni sull’andamento dell’economia brasiliana, che ha lottato per contenere l’inflazione e rimanere competitiva negli ultimi anni, gettando un’ombra sulle proprie potenzialità guadagnate dopo un decennio di robusta crescita. Una recessione in piena regola rimane improbabile per la più grande economia dell’America Latina, ma il rallentamento evidenzia le possibilità di una debole crescita e un potenziale taglio del rating sul debito il prossimo anno.

Ad inizio mese il Brasile ha alzato i tassi di interesse per la sesta volta consecutiva: il tasso di riferimento è stato portato dal 9,50 al 10%, il livello più elevato da marzo 2012. La manovra di aggiustamento, iniziata ad aprile, ha riportato il costo del denaro alla doppia cifra dopo anni, sancendo una sconfitta per il presidente Dilma Rousseff che aveva fatto dell’abbassamento dei tassi uno degli obiettivi di politica economica. Il tasso di riferimento Selic era al 10,75% quando diventò presidente nel 2011.

Dopo una fase iniziale di rialzo, la Banca centrale ha messo in atto una brusca manovra di riduzione che ha portato a un minimo record del 7,25% nell’ottobre 2012. Dietro i tagli c’era l’intenzione di stimolare la crescita del Paese, ormai in fase di decelerazione. Ma a fermare la speranza è stato lo storico freno allo sviluppo del Brasile, l’inflazione elevata, che ha costretto la Banca centrale a cambiare rotta, aumentando da aprile il tasso di riferimento di 2,75 punti percentuali nel tentativo di riportare gli aumenti dei prezzi al consumo al 4,5 per cento, al centro del range fissato come obiettivo.

Quanto alle diverse componenti del Pil, la spesa pubblica è cresciuta dell’1,2% nel trimestre e rappresenta ancora il principale motore della domanda, ma restano sempre meno spazi per nuovi stimoli a causa di risorse in diminuzione. Il settore privato non riesce a riprendersi, evidenziando un calo del 2,2%, mentre la spesa per i consumi è salita dell’1% mostrando una dinamica in rallentamento.

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